Il sito dell'arte in Valtellina

Maillet Daniel

Radici concave per un’arte convessa.
Daniel Maillet

Le vicissitudini della mia famiglia mi hanno fatto crescere in paesi con lingue e culture diverse al punto che non sento appartenenze nazionali specifiche. Quando venni a vivere in Brasile, spesso mi venivano chieste le mie origini, ma le mie risposte lasciavano un responso confuso all’interlocutore: nato a Zurigo (nel 1956), ambedue i genitori tedeschi, mai vissuto in Germania, cresciuto in Italia, nazionalità svizzera, cognome francese …
Mia madre è di origine bavarese e si chiama Regina Lippl; ho due fratelli Nikolaus ed Oliver ed un padre adottivo Italiano Gerolamo Gatti, del mio padre vero parlerò più avanti.
I luoghi della mia infanzia erano le Alpi italiane, montagne alte e ripide con inverni aspri e spesso nevicate sino ad un metro o più. Allora l’immensa e stupenda ampia valle in cui vivevo era totalmente bianca e silenziosa perché la neve assorbe ogni rumore, un clima fantastico che oggi è cambiato molto: paesaggi di Breugel, Altdorf o Friedrich proiettati nel presente. L’habitat era costituito prevalentemente da contadini molto poveri, figli e nipoti di ex-mezzadri, ossia contadini che sino agli anni ’30 lavoravano la terra del padrone con l’obbligo di devolvere la metà del raccolto come controparte, una forma di schiavitù meno appariscente. D’estate andavo in alta montagna con uno zio, 5 vacche ed un cane, per mesi. Il contatto con la natura era una vera “radical- full-immersion”, qualche cosa che tutti i bambini dovrebbero poter avere: piante da frutta con frutti squisiti (di cui purtroppo oggi il gusto è miserabilmente scomparso a seguito delle coltivazioni industriali), animali domestici e selvatici, giochi semplici ed antichi ed un sano contatto con gli anziani, personaggi forti di atavica apparenza. Ma non tutto brillava, io avevo una faccia da tedesco e vivevo in una regione ove le lotte partigiane contro i nazisti erano state cruente, l’odio verso il tiranno permaneva e filtrava nel rapporto con i compagni di scuola. Mia Madre donna energica con molta inventiva era cresciuta in un ambiente colto, era figlia dello scrittore e drammaturgo Alois Johannes Lippl nato a München nel 1903. Quando ebbi 10 anni, grazie ad un’eredità essa fece costruire un ristorante ed una discoteca; traslocammo, e la mia vita divenne improvvisamente mondana e migliorò per un certo periodo. C’era molto lavoro e facevo di tutto: il dj tra le cose belle, servivo, pulivo, incassavo e tra le cose meno gradevoli tentavo di tenere calmi i clienti piú violenti e burberi del locale, senza possedere né la forza né l’età per poterlo fare. Il benessere ci ha portato cultura, un’architettura moderna nelle case costruite di recente in cui vivevamo, oggetti di design, libri, musica e cultura pop. A 14 anni avevo una moto da cross e sciavo come un pazzo, a scuola ero un disastro ed a 15 anni dovetti scegliere una professione. Mio padre che allora viveva in Svizzera italiana mi propose di frequentare una scuola d’arte applicata a Lugano, una mini-Bauhaus con ottimi docenti. Con rammarico lasciai quella valle ma con gioia iniziai gli studi di comunicazione visiva e così potei riscattare i miei interessi per lo studio; la scuola era anti autoritaria e vivevo in un ambiente hippy al 100%, un sogno! Il professor Bruno Monguzzi, eccellente grafico, uomo arguto e passionale nell’insegnamento, segnò profondamente quegli anni di studio. Tipografia, fotografia, progettazione ed impaginazione grafica, lo studio della comunicazione contemporanea e l’arte del XX secolo riempirono quei cinque anni di studio.
Ma alla fine non scelsi questa professione, a 20 anni andai a vivere da mio padre Leopold Mayer, un maestro dell’incisione ed un bravo pittore. Lo conoscevo poco, da bimbo durante le vacanze estive ci portava al mare in Italia o in Francia con il suo VW-bus arredato a camper, facevamo tappe in borgate medioevali, templi greci, visitavamo città e musei e scorazzavamo in lungo ed in largo come degli zingari. Abitai con lui circa 7 anni e feci un lungo apprendistato da bottega, imparai il disegno, l’acquerello, l’incisione e lo aiutavo in tutte le sue faccende personali e di mestiere. Condividevamo una vita intensa e non sempre assente da conflitti, avevamo 54 anni di differenza. La sua casa-atelier in Ticino, immersa in un esotico bosco di bambú con vecchissimi castagni, era una specie di loft, zeppo di cianfrusaglie con opere d’arte per terra, appese in aria ed ai muri, oggetti strampalati ovunque, un disordine indicibile ed a modo suo perfetto. Lui: uomo piccolo di statura, raffinato ed elegante, scherzoso ed ironico, autoritario, severissimo, un osservatore sempre all’erta. Anche Leopold lasciò un’impronta notevole nella mia vita. Nacque nel 1902 a Francoforte sul Meno, figlio di ebrei commercianti, studiò arte e fu allievo del pittore espressionista Max Beckmann. All’apice della sua crescita professionale ricevette dal nazismo il veto di praticare la sua professione come artista, era una specie di condanna a morte, le cose stavano cambiando in Germania. Egli propose a tutti i suoi parenti (in un tempo in cui ciò era ancora possibile) di traslocare in Svizzera ed acquistare delle terre in Canton Ticino, ma nessuno lo ascoltò, e fuggì da solo in Francia. Mia nonna fu fucilata da qualche parte in un bosco non so dove in Lituania, e gli altri parenti scomparvero tutti travolti dalla patologica follia genocida tedesca. Nel 1944 dopo iperboliche fughe, traumi psichici e fisici, Leo Maillet (così si chiamerà poi mio padre) fu aiutato da preti protestanti, suore e partigiani francesi a rifugiarsi in Svizzera. Le sue storie di guerra e persecuzioni me le raccontava durante le nostre lunghe e tranquille colazioni al tavolo di noce in cucina. Questi suoi racconti sono stati gli unici contatti con il mondo ebraico che ho avuto. In quegli anni molti dei miei coetanei, in quanto io lavoravo assiduamente, viaggiavano per le Indie e le Americhe da veri fricchettoni, un po’ li invidiavo ma il mio percorso sarebbe stato un altro; non avrei mai immaginato che due decenni dopo avrei solcato l’oceano e sarei andato a vivere nell’equatore brasiliano in luoghi caldi con territori vergini e sconfinati in cui ancora sopravvive “tra le righe” e tra l’onnipresente civiltà contemporanea, la soave dolcezza della cultura amerindia.
Ma a quel tempo i miei viaggi, prevalentemente di lavoro, si limitavano alla Mitteleuropa, Praga, Vienna, Budapest, Berlino, München, e poi Parigi, Londra. Mio fratello Nikolaus venne anche lui ad abitare da nostro padre e ci diede una mano, mi sentii sollevato e con l’aiuto di una borsa di studio ricominciai a studiare nella vicina Milano, all’Accademia di Belle Arti di Brera. Furono anni felici, godevo nel passare le giornate nelle biblioteche Braidense o Ambrosiana, la città pullulava di eventi e gallerie d’arte, era verso la metà degli anni ottanta. La mia arte stava crescendo anche se con una formazione a ritroso, iniziata con le sofisticate arti della comunicazione visiva, proiettata nell’espressionismo delle avanguardie storiche tramite Leo; e sul finire lo studio del disegno classico all’accademia, ove il professore Beppe Devalle ancora praticava la copia dal vero. Stavo studiando i maestri rinascimentali e gli antichi in un momento in cui pittura e disegno erano soppresse dal mercato d’arte in virtù dei nuovi linguaggi e tendenze contemporanee, ma amavo disegnare e continuai questa mia ricerca poetica: tradizionalissima da un lato e paradossalmente, per il periodo storico in cui stavo vivendo, anti-conformista. L’auge di questo periodo si completò col mio matrimonio con una elegante donna italiana, letterata ed artista, Sabrina Rovati. Mio padre Leo morí e dovetti tornare in Svizzera per riordinare il suo loft. Il mio lavoro sulla figura umana ed il disegno continuava imperterrito anche in Canton Ticino nella casa paterna in cui abitavo. La mia poetica con gli anni si è centrata sempre più sul ritratto, una mia passione personale per la ritrattistica del passato. Lavoro con modelli dal vero ma nella copia ho sempre cercato di andare oltre la mera fisionomia, oltre la pelle o l’apparenza del ritrattato, è lì che per me il lavoro si fa interessante. Quando ritraggo mi dimentico totalmente del soggetto, della figura, e mi lascio cullare dentro le forme ed i colori che il mio vedere percepisce mantenendo la fedeltà fisionomica del ritrattato, ne esce un realismo espressionista con una connotazione oggettiva..
Il mio matrimonio con Sabrina si stava disfacendo, una porta si chiudeva ed un “nuovo mondo” si apriva: ascoltavo Bossa-Nova e praticavo la Biodanza con Rolando Toro. Fui invitato a partecipare ad un congresso di Biodanza a Bahia e così feci il mio primo viaggio in Sudamerica, rimasi incantato dal Salvador, quel pezzo di Africa importato con la forza, e dalle sue genti. Dovevo rimanervi solo tre settimane ma rimasi cinque mesi, appresi la lingua per gioco con un piccolo vocabolario e ripetendo a voce i suoni delle persone, durante i miei lunghi tragitti in autobus. Fui accolto non da turista ma come se da sempre facessi parte di quel luogo. Una amica ceramista mi spingeva a scolpire con l’argilla ma io rifiutavo l’offerta, ero solo pittore, ma un giorno provai e per incanto riuscii senza fatica a modellare i lineamenti fisionomici di un volto, mi resi conto che sapendo disegnare mi bastava copiare le forme tridimensionali che vedevo; anzi l’operazione era piú semplice che dipingere perché non dovevo concettualizzare il lavoro per renderlo bidimensionale. Cosí mi scoprii anche scultore. In questa “fase tropicalista” conobbi, in Svizzera, la mia attuale moglie Marcia, brasiliana di Curitiba, lei è la prima di tre generazioni di emigrati veneti, originari di Agordo, che ritornò in Italia.
Nacque nostra figlia Georgia nel 1996, e questo mi comportò impulsi innovativi e vitali a tutti gli effetti.
I brasiliani che vanno all’estero o non vogliono più tornare o dopo un tempo batte la “saudade brasileira”; era il caso di Marcia, ma anch’io avevo voglia di cambiare ambiente per aver maggior tempo disponibile per le mie ricerche artistiche, e cosí nel 2001 traslocammo al nord-est del Brasile, a Fortaleza.
Le mie opere hanno subìto la classica metamorfosi stilistica che ha contaminato molti pittori trasferitisi nei paesi caldi, tropicali o equatoriali. La pennellessa ha preso calore e colore e siccome non sono un gestuale istintivo ma un controllato, pondero ogni tratto, mi piace accostare scientemente cromìe di complementari con forzature di pigmenti fluorescenti, osservo le rifrazioni luminose sull’epidermide senza travisare nel troppo realismo. In parte sto ritornando alle mie origini espressioniste, ma senza distorcere le forme come facevano gli artisti della “Brücke”. In questo melting-pot equatoriale ritraggo amerindie, cabocli, cafusi, mulatti e meticci in cui non si riescono più a riconoscere le origini per le loro nuove fisionomie formatesi nei secoli. Spesso mi viene da pensare a Paul Gauguin, alle sue Hawaiane con abiti fioriti; le mie sono amerindie con jeans e telefonino e con in volto uno sguardo che pare lasci trasparire la loro triste storia di assimilazione, dove non traspare piú nulla di quella vita pura e gioiosa delle foreste, neppure la memoria di quello che esistette.
Le mie sculture a figura intera e a grandezza reale possiedono un retroterra legato alla ceramica quattrocentesca lombarda e toscana, ma non solo; quando lavoro, che voglia o no, una moltitudine di pupazzi si fanno presenti alla mia memoria visiva, marmi di Nicolò Pisano, quelli di Fidia o del periodo arcaico, un Nicolaus Gerhard von Leyden, Gil de Siloé, gli anonimi del duomo di Colonia o di Naumburg e altri ancora; è quasi impossibile sottrarmi mentalmente a questi riflussi d’immagini. Contrariamente alla pittura, nella terracotta ritrovo una dolcezza ed armonia forse anche dovuto alla malleabilità del materiale e sicuramente a trasposizioni di atmosfere locali o ad un volto brasiliano in cui spesso, appunto, si mescolano fisionomie di popolazioni provenienti dai quattro continenti. Per un artista figurativo il Brasile è una grande fonte di ispirazione e non solo, è un paese in piena evoluzione sotto tutti gli aspetti, nelle abitudini di vita semplice non ci sono schemi fossilizzati di costumi millenari, tutto viene recepito con apertura e sotto altri aspetti è anche molto difficile viverci. Ancora si sentono e vedono piaghe non rimarginate, ovunque nel paesaggio e tra le genti affiora un trauma profondo, questo paese ha subito un balzo di millenni, da una cultura di cacciatori e raccoglitori il “pianeta verde” è stato scaraventato nel futuro. Sono mancati gli intemezzi dei lenti passaggi culturali che uniscono un periodo storico ad un’altro, e dall’Europa non è certo arrivata umanità, cultura o quella coscienza sociale che oggi, dopo molte lotte, si è evoluta in parecchi paesi occidentali.
Sempre devo pensare che molte tribù di amerindi originari del Brasile e delle Americhe vivevano con una visione e concezione biocentrica ed olistica della vita (benché ancora oggi siano considerati da molti dei sub-umani); essi possiedono un’attitudine ecologica verso il pianeta che noi contemporanei, malgrado “civiltà”, “istruzione” e tecnologie non riusciamo a praticare!
Una insensibilitá generale per la vita devasta questo paese e di conseguenza molte forme sensibili di espressione. Per un artista vivere del proprio lavoro è quasi impossibile sulla maggior parte del territorio brasiliano; d’altro canto, e non si può pretendere che sia altrimenti, sarebbe impossibile importare 3000 anni di cambiamenti epocali artistici ed umani, come è avvenuto nel bacino del Mediterraneo, e sarebbe ingiusto pretenderlo, ogni nuovo paese deve solcare le sue zolle*. La musica brasiliana ha trovato linguaggi nuovi ed inediti nel XX secolo, per precise ragioni storiche. Nelle arti visive invece, anche se sono esistiti ed esistono artisti eccellenti, non conosco molte traiettorie artistiche indipendenti o veri movimenti, ma solo stilemi fortemente condizionati dalla cultura artistica occidentale dominante. Sono convinto che appariranno nuove forme di espressione d’arte tipicamente brasiliana, appena il paese acquisterà una sua stabilità e saranno superate le enormi diseguaglianze sociali. L’arte visiva per essere creata, qualsiasi sia il linguaggio utilizzato, richiede investimenti. Per inciso: l’arte e la cultura possono svilupparsi solo dove esiste benessere individuale e sociale, la precarietà e gli stenti nell’esistenza materiale sono sempre stati nemici delle arti, della cultura e dell’immanenza d’ogni essere su questo pianeta.
* Sono consapevole come un’evoluzione sia pressocché impossibile finché i paesi del terzo mondo, il sud america e soprattutto l’africa sono imprigionate dall’annientatrice morsa di debiti e relazioni economiche devastanti (e pseudo aiuti) con i paesi, banche e societá a nord dell’equatore, di cui solo quest’ultimi traggono dei vantaggi.

Daniel Maillet, Fortaleza, 2004
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Raízes côncavas para uma arte convexa.

As vivências com minha família me fizeram crescer em países com línguas e culturas diferentes, ao ponto de não sentir pertencer à uma nacionalidade específica. Quando vim viver no Brasil, frequentemente me perguntavam das minhas origens, as minhas respostas deixavam uma predição confusa ao interlocutor: nascido em Zurique (em 1956), ambos os pais alemães, nunca vivi na Alemanha, crescido na Itália, nacionalidade Suíça, sobrenome francês …
Minha mãe é de origem Bavarese e se chama Regina Lippl, tenho dois irmãos Nikolaus e Oliver e um pai adotivo italiano Gerolamo Gatti, do meu pai biológico falarei mais para frente.
Os lugares da minha infância eram os alpes italianos, montanhas altas e íngremes com invernos ásperos e frequentemente nevadas até um metro ou mais. Então o imenso e estupendo vale no qual vivia, era totalmente branco e silencioso porque a neve absorve todo o rumor, um clima fantástico que hoje está muito mudado, paisagens de Breugel, Altdorf ou Friedrich projetados no presente. O habitat era constituído principalmente por agricultores muito pobres, filhos e netos de ex-meieiros, ou seja, agricultores que até a década dos anos 20/30 trabalharam a terra do patrão com a obrigação de dividir a metade da colheita como contraposição, uma forma de escravidão menos aparente. No verão ia para alta montanha, por meses com um tio, 5 vacas e um cão. O contato com a natureza era um verdadeiro “radical- full-immersion”, algo que todas as crianças deveriam poder ter: árvores de fruta com frutos deliciosos (dos quais , infelizmente, hoje o gosto desapareceu miseravelmente , devido ao cultivo industrial, animais domésticos e selvagens, jogos simples e antigos e um saudável contato com anciões, personagens fortes de atávica aparência. Mas nem tudo brilhava, eu tinha uma cara de alemão e vivia em uma região onde as lutas partidárias contra os nazistas eram cruéis, o ódio em relação ao tirano permeava e se infiltrava no relacionamento com os companheiros de escola. Minha mãe, mulher enérgica e com muita criatividade, cresceu em um ambiente culto, era filha do escritor e dramaturgo Alois Johannes Lippl nascido em Munique em 1903. Quando eu tinha 10 anos, graças a uma herança que recebeu, ela construiu um restaurante e uma discoteca e nós nos mudamos. A minha vida se tornou de repente mundana e melhorou por um certo período. Tinha muito trabalho e eu fazia de tudo: DJ (entre as coisas belas), servente, faxineiro e caixa e entre as coisas menos agradáveis, eu tentava manter calmos os clientes mais violentos e arruaceiros do local, sem possuir nem força nem a idade para poder fazê-lo. O bem-estar nos trouxe cultura, uma arquitetura moderna nas casas construídas daquela época onde vivíamos, objetos de design, livros, música e cultura pop. Aos 14 anos tinha uma moto cross e esquiava como um louco, na escola eu era um desastre e aos 15 anos tive que escolher uma profissão. Meu pai, que então vivia na Suíça italiana, me propôs frequentar uma escola de arte aplicada em Lugano, uma mini Bauhaus, com ótimos docentes. Com pesar deixei aquele vale, mas com alegria iniciei os estudos de comunicação visual e assim pude resgatar o meu interesse pelos estudos; a escola era anti- autoritária e eu vivia em um ambiente hippie total, um sonho! O professor Bruno Monguzzi, excelente gráfico, homem engenhoso e passional no ensino, marcou profundamente aqueles anos de estudo. Tipografia, fotografia, projetação e paginação gráfica, o estudo da comunicação contemporânea e a arte do século XX, preencheram aqueles cinco anos de estudo.
Mas no final não escolhi esta profissão, aos 20 anos fui viver com meu pai Leopold Mayer, um mestre da gravura e um excelente pintor. O conhecia pouco, quando criança, durante as férias de verão, nos levava para a praia na Itália ou na França com a sua Combi VW-bus decorada tipo trailler, fazíamos paradas em aldeias medievais, templos gregos, visitávamos cidades e museus e pulávamos de um local ao outro como ciganos. Morei com ele, aproximadamente 7 anos e fiz um longo aprendizado de botega, aprendi o desenho, a aquarela, a gravura e o ajudava em todas as suas questões pessoais e profissionais. Dividíamos uma vida intensa e nem sempre ausente de conflitos, tínhamos 54 anos de diferença. A sua casa-atelier, imersa em um exótico bambuzal com antigos castanheiros, era uma espécie de loft, repleto de bugigangas com obras de arte pelo chão, penduradas no teto e nas paredes, objetos extravagantes em todas as partes, uma desordem indescritível e, ao seu modo, perfeita. Ele: homem pequeno de estatura, refinado e elegante, brincalhão e irônico, autoritário, severíssimo, um observador sempre alerta. Leopold também deixou uma marca notável na minha vida. Nasceu em 1902 em Frankfurt sobre Meno, filho de hebreus comerciantes, estudou arte e foi aluno do pintor expressionista Max Beckman. Ao ápice do seu crescimento profissional recebeu do Nazismo a proibição de exercer sua profissão de artista, era uma espécie de condenação à morte, as coisas estavam mudando na Alemanha. Ele propôs a todos os seus parentes (num tempo em que isso era ainda possível) que se mudassem para a Suíça e comprassem terras, mas ninguém o escutou, e ele fugiu sozinho para a França. Minha avó foi fuzilada em algum lugar no bosque, não sei onde e os parentes desapareceram todos arrastados pela patológica loucura genocida alemã. Em 1944 depois de mirabolantes fugas, traumas psíquicos e físicos, Leo Maillet (assim se chamara depois meu pai) foi ajudado por padres protestantes, freiras e partidários franceses a refugiar-se na Suíça. Suas histórias de guerra e perseguição me eram contadas durante os nossos longos e tranqüilos cafés da manhã à mesa da cozinha. Estas histórias foram o único contato com o mundo hebraico que eu tive. Naqueles anos, muitos dos meus coetâneos, enquanto eu trabalhava assíduamente, viajavam pelas Índias e as Américas, verdadeiros mochileiros, os invejava um pouco, mas meu percurso teria sido um outro, realmente não teria imaginado que duas décadas após, eu teria sulcado o oceano e teria vindo viver no equador brasileiro, em lugares quentes com territórios virgens e sem confim, no qual ainda sobrevive “entre as linhas” e entre a onipresente civilização contemporânea, a suave doçura da cultura ameríndia.
Mas naquele tempo as minhas viagens, na maior parte à trabalho, se limitavam a Mitteleuropa, Praga, Londres, Viena, Paris, Budapest, Berlim, Munique. Meu irmão Nikolaus foi também morar com nosso pai e nos ajudou, me senti aliviado e com a ajuda de uma bolsa de estudo recomecei a estudar em Milão, na Academia de Belas Artes de Brera. Foram anos felizes, me alegrava passar os dias na Biblioteca Braidense ou Ambrosiana, a cidade pululava de eventos e galerias de arte, era aproximadamente a metade dos anos oitenta. A minha arte estava crescendo porém, com uma formação às avessas, iniciando com as sofisticadas artes da comunicação visual, projetada no expressionismo das vanguardas históricas através de Leo e ao final do estudo do desenho clássico na academia, onde o professor Beppe Devalle ainda praticava a cópia do modelo vivo. Eu estava estudando os mestres renascentistas e os antigos, num momento em que a pintura e o desenho eram suprimidas pelo mercado de arte, em virtude das novas linguagens e tendências contemporâneas, mas eu amava desenhar e continuei esta minha pesquisa poética: tradicionalíssima por um lado e paradoxalmente, pelo período histórico no qual eu estava vivendo, anti-conformista. O auge deste período, se completou com o meu matrimônio com uma elegante mulher italiana, literata e artista Sabrina Rovati. Meu pai Leo morreu e eu tive que voltar para a Suíça para organizar o seu loft. O meu trabalho sobre a figura humana e o desenho continuava impávido, também no Cantão Ticino, na casa paterna onde eu morava. A minha poética, com os anos, se concentrou sempre mais sobre o retrato, uma paixão pessoal para a retratística do passado. Trabalho com modelos vivos, mas na cópia sempre procurei ir além da mera fisionomia, além da pele, ou da aparência do retrato, é ali que para mim, o trabalho se torna interessante. Quando retrato, me esqueço totalmente do sujeito, da figura, e me deixo balançar dentro das formas e das cores, que o meu ver percebe, mantendo a fidelidade fisionômica do retratado, surge um realismo expressionista com uma conotação objetiva.
O meu casamento com Sabrina estava se desfazendo, uma porta se fechava e um “novo mundo” se abria: eu escutava Bossa-Nova e praticava a Biodança com Rolando Toro. Fui convidado a participar de um congresso de Biodança na Bahia e assim fiz minha primeira viagem à América do Sul, fiquei encantado com Salvador, aquele pedaço da África importado à força, e pela sua gente. Eu deveria permanecer 3 semanas, mas fiquei 5 meses, aprendi a língua por jogo, com um pequeno vocabulário, repetindo os sons das pessoas falando durante os meus longos trajetos em ônibus. Fui recebido, não como turista, mas como se sempre tivesse feito parte daquele lugar. Uma amiga ceramista, Rita Vinhas, me empurrava para esculpir a argila, mas eu denegria a oferta, eu era somente pintor, mas um dia provei e por encanto consegui, sem fadiga, modelar os alineamentos fisionômicos de um rosto, me dei conta que sabendo desenhar bastava copiar as formas tridimencionais que via, aliás a operação era mais simples que pintar, porque não devia conceitualizar o trabalho para rendê-lo bidimensional, assim me descobri, também, escultor. Nesta “fase tropicalista” conheci na Suíça, a minha atual mulher Marcia, brasileira de Curitiba, ela é a primeira de três gerações de emigrantes vênetos, originários de Agordo, que retornou na Itália.
Nasce nossa filha em 1996, e isso me trouxe impulsos inovadores e vitais a todos os efeitos.
Os brasileiros que vão ao exterior, ou não querem mais retornar, ou depois de um tempo bate a “saudade brasileira”, era o caso de Marcia, mas eu também tinha vontade de mudar de ambiente para ter mais tempo disponível para as minhas pesquisas artísticas e assim em 2001 nos mudamos para o nordeste do Brasil, em Fortaleza.
As minhas obras sofreram a clássica metamorfose estilística que contaminou muitos pintores transferidos nos países quentes, tropicais ou equatoriais. A pincelada recebeu calor e cor e, visto que não sou um gestual instintivo, mas um controlado, pondero cada linha, gosto de aproximar, conscientemente cromias de complementares com ênfase em pigmentos fluorescentes, observo as refrações luminosas sobre a epiderme, sem falsear no realismo exagerado. Em parte estou retornando às minhas origens expressionistas, mas sem distorcer as formas como faziam os “Brücke”, nesta melting-pot equatorial retrato ameríndias, caboclos, cafuzos, mulatos e mestiços, nos quais não se consegue mais reconhecer as origens, pela nova fisionomia deles que se formou nos séculos. Freqüentemente penso em Paul Gauguin e as suas haitianas com roupas floridas, as minhas ameríndias estão com jeans e celular, no rosto um olhar que parece deixar transparecer a triste história de assimilação, onde não se vê nada daquela vida pura e alegre das florestas, nem a memória daquilo que existiu.
As minhas esculturas de figura inteira e tamanho real possuem um “back ground” ligado à cerâmica dos anos 1400, lombarda e toscana, mas não só, quando trabalho, quer queira ou não, uma multidão de bonecos estão presentes na minha memória visual, mármores de Nicoló Pisano, aqueles de Fídia ou do período arcaico, um Nicolaus Gerhard von Leyden, Gil de Siloé, os anônimos do Duomo de Colônia ou de Naumburg e outros ainda; é quase impossível me afastar mentalmente destes refluxos de imagens. Contrariamente à pintura, na terracota reencontro a doçura e harmonia, talvez também, devido à maleabilidade do material e seguramente à transposições de atmosferas locais ou a um rosto brasileiro no qual freqüentemente, justamente, se misturam fisionomias de populações provenientes dos quatro continentes. Para um artista figurativo o Brasil é uma grande fonte de inspiração e não é só isso, é um país em plena evolução sob todos os aspectos, nas atitudes de vida simples não existem esquemas fossilizados de costumes milenários, tudo vem recebido com abertura e sob outros aspectos é também difícil viver aqui. Ainda se sentem e se vêem piagas ainda abertas, em todas as partes na paisagem e entre as pessoas, floresce um trauma profundo, este país sofreu um pulo de milhares de anos, de uma cultura de caçadores e colhedores o “planeta verde” foi lançado no futuro. Faltaram os entre-meios das lentas passagens culturais, que uniram um período histórico a um outro, e da Europa, com certeza, não chegou humanidade, cultura ou aquela consciência social que hoje, depois de muitas lutas, se evoluiu em vários países ocidentais.
Sempre devo pensar que muitas tribos de ameríndios, originários do Brasil e das Américas, viviam com uma visão e concepção biocêntrica e holística da vida (apesar de, ainda hoje, serem considerados, por muitos, como sub-humanos). Estes possuem uma atitude ecológica em relação ao planeta que nós contemporâneos, apesar da “civilização”, “instrução” e tecnologias não conseguimos praticar!
Uma insensibilidade geral pela vida devassa deste país e de conseqüência muitas formas sensíveis de expressão. Para um artista sobreviver do próprio trabalho é quase impossível, na maior parte do território brasileiro por outro lado, e não se pode pretender diferentemente, seria impossível importar épocas de 3000 anos de mudanças, artísticas e humanas, como aconteceu na bacia do Mediterrâneo e seria injusto pretendê-lo, cada novo país deve sulcar os seus campos*. A música brasileira encontrou linguagens novas e inéditas no século XX, por precisas razões históricas. Nas artes visuais, ao invés, também existiram e existem artistas excelentes, não conheço muitas trajetórias artísticas independentes ou verdadeiros movimentos, mas somente “ismos” fortemente condicionados da cultura artística ocidental dominante. Estou convencido que aparecerão novas formas de expressões de arte tipicamente brasileira, logo que o país adquirir uma sua sensibilidade e igualdade social. A arte visual para ser criada, qualquer que seja a linguagem utilizada, requer investimentos. Precisamente: a arte e a cultura podem desenvolver-se somente onde existe bem-estar individual e social, a precariedade e as misérias na existência material foram sempre inimigas das artes, da cultura e da imanência de hoje estar neste planeta.
Daniel Maillet, Fortaleza, agostoMMIV, escrito para a revista de arte editada por Israel Kislansky, São Paulo.

* Sou consciente de que uma evolução é praticamente impossível, até que os países do terceiro mundo, a América do Sul e sobretudo a África, continuem aprisionados pela mordida aniquiladora dos débitos e relações econômicas devastantes (pseudo ajuda) com os países, bancos e sociedades ao norte do equador, dos quais somente estes últimos tiram vantagens.

Daniel Maillet, Fortaleza, 2004

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