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19 febbraio 2010

Luciana Bianchini a Morbegno

Filed under: Eventi — admin @ 17:17

MORBEGNO – Montagna: realtà e mito, questo il titolo della mostra dell’artista Luciana Bianchini presso AL.BO per l’Arte di Morbegno, Piazza S. Giovanni, dal 20 al 28 febbraio Orario di apertura:venerdì, sabato e domenica ore 10-12/16-19 lunedì, martedì, mercoledì e giovedì 16/19. Inaugurazione sabato 20 febbraio ore 16. Sono disegni, chine e matite, tavole ad acquerello, pastelli che raccontano, con la forza poetica di una sincera e fresca originalità, libera da tecnicismi e stereotipi, i tempi e i modi della civiltà alpina, di quel mondo scomparso e facilmente idealizzato, pericolosamente mitizzato. Opere che nascono da una bella vena ideativa, da una felice rapporto tra immaginazione e rappresentazione, sempre nel giusto rigo, mai enfatizzato o rimarcato, e che hanno anche il pregio di costituire una documentazione interessante in campo etnografico e antropologico. Più libera e personalizzata l’opera a colori, nella fluida vaporosità dell’acquerello che rende possibile un unicum, perché identico è il sentimento che governa il sentire e l’operare delle popolazioni di montagna, nel quale si trova accomunata, quasi congiunta, la fatica di chi saliva per i pascoli della Valtartano con quella remota di chi ancora cammina sui pendii himalajani; l’unicum della radice amara della stessa, identica pianta.
Come l’artista direttamente racconta, in una limpida autopresentazione, un lungo apprendistato, con la costante applicazione in ciò che le è sempre sembrato necessario fare, l’ha condotta a questa prima “personale”, che non si limita all’esposizione di opere ma è anche un giusto omaggio a Giulio Spini, la personalità che per anni l’ha incoraggiata e consigliata, con la competenza, con la vivezza spirituale e con lo stile che ne hanno contraddistinto l’umanità e l’esistenza.
La mostra presenta, appunto, una serie di disegni che nella scarna loro acutezza, tanto cara allo scrittore, illustrano i nuclei degli episodi narrati nel Diario di un parroco di montagna, un chronicon meno esistenziale del famoso libro di Bernanos e meno lirico di quello analogo di Lisi, ma intensamente radicato nella storia quotidiana di una piccola comunità alpina, un testo pubblicato a puntate sulla rivista “Quaderni valtellinesi”, dal…al… E’ la poetica della vita, all’apparenza sempre uguale ma germinante in continua e silenziosa novità, di un paesello di montagna, delle parole e dei gesti ripetuti per anni e anni, povertà e stenti, cattiverie e amori, e la presenza totale della religione e del prete. La poetica della Heimat che Renzo traduce in piccola patria, focolare domestico.
I disegni che tracciano l’arco dell’ esistenza, dal parto al funerale, nella sintesi del tratto secco, fissano l’impronta del tempo, offrono il profilo di quella cultura materiale, più amara che felice, che ha fatto da sfondo al celebre ultimo discorso di Ezio Vanoni in Parlamento, nel 1956, di quella “fatica di vivere” che il detto popolare sintetizza nella triade delle F (fame, freddo, fumo). Nel suo processo di astrazione l’arte stacca dal grumo dell’inverno il volto ideale di uomini e di valori, lo sguardo incantato alla Fonte della vita.
Sono disegni che uniscono il fascino del racconto di Giulio Spini alla nostalgia di una realtà scomparsa, irripetibile e trasfigurata, falsa per la storia, vera per il sentimento umano.
La stessa magia si amplifica nei colori sciolti e vivificanti dell’acquerello, nell’atmosfera luminosa in cui si muove il lavoro degli uomini di montagna, si compiono i loro gesti di umili eroi, si allontanano i loro passi nello spazio silenzioso, sotto orizzonti irraggiungibili. Una dimensione spirituale non più sperimentabile nelle nostre valli, contaminate da un approccio “tecnico” ma ancora possibile se il cammino dell’artista segue le tracce degli sherpa himalayani. E’ il mondo poetico riscoperto e riproposto da Luciana Bianchini, con la grazia e l’intensità voluta dal suo grande maestro di pensiero e di stile: “Gli anziani portavano i loro allievi sulle montagne in modo che trovassero ispirazione negli scenari ampi e ventosi… Lo spirito della montagna è uno spirito di purezza e solitudine.” Così l’antico detto tibetano sembra commentare questa mostra.

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